



Ma la mia formazione artistica, i miei studi dell'armonia compositiva, oltre che il mio gusto istintivo per la pulizia e per la bellezza, mi portavano in ogni caso a restituire un'immagine non dimentica del fattore estetico. Più tardi ho scoperto che anche i fotoreporter più "crudi" obbedivano alla mia stessa esigenza. Vedi l'esempio di Eugene Smith, dove la tragicità dell'evento, quale quello d'una veglia funebre, viene restituita e in qualche maniera mitigata dall'inquadratura di forte sapore estetico. In seguito, comunque, c'è stata una vera e propria reazione di rifiuto nei confronti della tendenza a cercare le immagini peggiori del mondo. Gli stessi fotoreporter degli orrori della guerra come Mc Cullin, Bischof ed altri sostennero che il mondo era così pieno di brutture che appariva sbagliato e addirittura diseducativo ostinarsi a mostrare solo quelle e che era più produttivo andare in cerca di quel poco di armonia e di bellezza che ancora si conservava in giro.

A mio avviso, questi due atteggiamenti obbediscono entrambi a una vizio di semplicismo o addirittura di manicheismo nel concepire quello strumento di comunicazione che la fotografia, come altre forme d'espressione artistica, rappresenta. La realtà può essere drammatica o allegra e la fotografia, come tutti i linguaggi artistici, deve cercare di restituire questi aspetti, magari accentuandoli, ma senza mai dimenticare l'indispensabile fattore estetico, che la nobilita e la esalta. L'immagine può esprimere il massimo della drammaticità e della tristezza, o il massimo della serenità o dell'allegria, ma il fotografo non deve mai dimenticare che lo scopo della sua inquadratura deve essere quello di creare poesia. Ecco alcuni esempi dove la poesia, secondo me, è palpabile (immagini di Franco Pinna, di Gianni Berengo Gardin e di Ernst Haas).



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