Nel dibattito che si è aperto all'interno dell'area politica moderata a proposito della cultura di centro-destra fin dal lontano 1994, quando vi fu la famosa discesa in campo di Silvio Berlusconi con la nascita di un nuovo soggetto politico con vocazione di governo che si contrapponeva per la prima volta in modo netto alle sinistre politiche, si è manifestata una (invero) confusa ricerca di identità culturale che troppo spesso non ha saputo andare oltre una generica affermazione di esigenza di libertà e di pluralismo. Diciamo pure che non si è nemmeno assistito, all'interno dello schieramento politico della Casa delle Libertà, a un embrione di discussione a proposito di quale cultura dovesse proporre il centro destra in alternativa a quella della sinistra. Gli sporadici e impacciati tentativi di ricerca e prefigurazione di una identità culturale per l'area moderata non sono riusciti ad andare più in là della constatazione, del resto ovvia, che nel nostro Paese la cultura è stata egemonizzata dalla sinistra per farne lo strumento della propria affermazione politica. E qui occorre fare un rapido excursus storico per cominciare a chiarirci le idee. La figura dell'intellettuale organico all'ex Pci nacque, a suo tempo, proprio dall'esigenza di quel partito di impossessarsi di tutti i mezzi attraverso i quali la cultura si manifestava in Italia, piazzando ai posti di comando o di controllo quel genere di intellettuale arruolato alla sua ideologia politica, cresciuto in legione anzi in esercito sempre più numeroso a mano a mano che l'accesso a posizioni di privilegio e di prestigio veniva garantito solo dall'appartenenza a quell'area. Così, dal dopoguerra ad oggi, personale selezionato o convertito alla scuola del marxismo-leninismo si è venuto impossessando sempre più massicciamente dell'orientamento ideologico delle case editrici, dei giornali, delle televisioni, delle università e delle scuole (dalle materne ai licei), della produzione cinematografica e teatrale, della gestione di gallerie e istituti d'arte, imponendo ovunque il proprio criterio di selezione per stabilire ciò che era valido da ciò che non lo era ed educando ed orientando in tal modo drasticamente le coscienze. Questa situazione, in cui versa tuttora il nostro Paese, è un dato di fatto con cui il centro-destra ha dovuto fare i conti drammaticamente anche quando ha governato perché la sinistra, alimentando un'opposizione preconcetta e intollerante diffusa a tutti i livelli, non solo ha limitato e condizionato in modo pesante il governo dei moderati, ma ha soprattutto impedito ai cittadini, con la manipolazione e distorsione della verità condotta sistematicamente attraverso gli strumenti di comunicazione in sue mani, di rendersi conto degli effetti sociali e culturali che, almeno in prospettiva, e sia pure con molti aggiustamenti da apportare, l'azione di governo avrebbe creato in positivo per la loro esistenza. Qualcuno ha sottolineato (almeno questo!) che
Ora, lo scopo della sinistra, come per tutte le ideologie politiche ispirate al bolscevismo rivoluzionario, era quello di instaurare uno stato totalitario dove la libera persona venisse sostituita dall'uomo sociale, abolendo cioè ogni differenza tra uomo e uomo, soffocando l'io unico e universale che ispira il proprio agire alla libera creatività individuale per sostituirlo con la tirannide della collettività e dell'uguaglianza assolute. In altre parole, scardinando le fondamenta stesse della civiltà di cui siamo figli, quella civiltà dell'Occidente basata sulla centralità e sulla libertà della persona umana e sulla democrazia della società degli individui, concetti ereditati dalla cultura classica greco-romana su cui si è innestato l'afflato vivificatore del Cristianesimo. Su questa strada la "politica culturale" praticata per impulso dell'ideologia marxista-leninista, mossa dalla sua radicale avversione al patrimonio culturale dell'Occidente e ovviamente al cristianesimo che ne costituisce la base etico-morale, ha letteralmente rovesciato il senso della nostra cultura. Così abbiamo assistito al travisamento e quindi alla degenerazione di tutti i principi basilari della nostra tradizione: il bello è diventato brutto e viceversa, mentre il bene e il male, nonché la verità e la menzogna, sono diventati concetti relativi o intercambiabili perché piegati e asserviti all'affermazione o alla negazione di ciò che, dal punto di vista dell'ideologia rivoluzionaria, rappresentava l'unico bene possibile, vale a dire l'affermazione del sistema collettivistico irreligioso e totalitario. Il senso di ciò che guidava il nostro agire, tra cui fare arte (dove la cultura di un popolo trova, nelle sue diverse applicazioni, la massima espressione della propria sensibilità e spiritualità), è stato ribaltato e snaturato: l'arte non doveva più mirare al bello e al sublime per fornire una testimonianza di ciò che più ci avvicina all'immagine del Creatore del mondo, ma esaltare tutto ciò che ci volge all'ingiù e attesta la nostra natura materiale e animale, celebrando il trionfo dell'istintualità ferina di cui si sostanzia il nostro essere e la terrestrità biologica a cui si riduce l'esistenza laddove sia negato ogni riferimento alla trascendenza. In tal modo la ragione stessa dell'arte, in tutte le discipline attraverso cui si manifesta, si è confusa perché si è offuscata o addirittura perduta la capacità di discernere tra bellezza e bruttezza, tra grandezza e pochezza e, alla fin fine, tra sublime e banale. Spezzando il filo secolare della nostra tradizione, dove la concezione estetica dell'uomo obbediva alla sua sete di armonia e di bellezza così come si riscontra nel creato, e che ha permesso all'Occidente di progredire verso conquiste spirituali, artistiche (e, per la stessa via, scientifiche) mai ottenute da altri, l'ideologia collettivistica assolutizzata si è mossa decisamente sul versante del regresso, della distruzione dell'armonia e della bellezza e, in ultima analisi, della confusione e della decadenza propugnate e vissute all'insegna del materialismo e del nichilismo etico-estetici più furibondi e protervi. Il risultato di questo processo è sotto gli occhi di tutti: la cultura, nel nostro Paese, è ormai un cadavere. Il controllo ideologico del pensiero ha banalizzato e imbruttito drasticamente ogni forma di comunicazione. La produzione poetica e narrativa è scaduta ad afasia o balbettio inconcludente e tedioso, salvo rare eccezioni costrette all'editoria o ai circoli letterari underground, come dire al silenzio. La nostra cinematografia, una volta prestigiosa benché condizionata già nell'immediato dopoguerra dalla presenza di elementi di marxismo, oggi è ridotta a sottoprodotti dilettantistici che possono incontrare il consenso solo di un pubblico imbambolato e ormai rassegnato al peggio. L'architettura e l'urbanistica, da decenni, non fanno che sconnettere, soffocare e rovinare città e borghi un tempo tra i più belli del mondo. Le arti figurative sono costrette a ricamare ghirigori nel vuoto, sempre più inutili e incomprensibili. Per non parlare del conformismo del politicamente corretto che stravolge ogni manifestazione della tradizione all'insegna del multiculturalismo e quindi della negazione dell'identità e del radicamento.
Questo, dunque, in primo luogo, deve aver presente e denunciare vigorosamente il centro-destra: che l'egemonia del pensiero unico di sinistra non ha prodotto altro, in Italia, che sottocultura e non cultura, misconoscendo e negando, e quindi depauperando e distruggendo ignominiosamente, un patrimonio culturale e identitario che figurava tra i più alti del mondo. Nell'invocare (e nell'attrezzarci per poterla realizzare) la fine del conformismo ideologico che detiene ancora il monopolio dei mezzi che educano e orientano le coscienze non avendo mai rotto col massimalismo fallace e distruttore delle proprie origini, non dobbiamo perdere di vista la necessità imprescindibile di tornare a riannodare il filo spezzato con la nostra tradizione, restituendo a tutti noi l'orgoglio, la sensibilità, il modo di intendere e di volere, in una parola la forma mentis ereditata dalla nostra identità occidentale, la sola capace di farci tornare ad attingere gli alti risultati che hanno caratterizzato per secoli la nostra storia.
Dionisio di Francescantonio (articolo apparso nel N. 17 - Aprile 2003-Settembre2004 - della rivista CERTAMEN).
venerdì 7 marzo 2008
Quale cultura?
venerdì 22 febbraio 2008
Il Cinghiale di Cesare Simonetti
IL CINGHIALE è un bell'esempio della sua vena narrativa, pervaso della ruvida malinconia del vecchio cacciatore che non ignora la pietà e la tenerezza.
La folla attorniò lentamente l’auto davanti alla chiesa.
Aldo scese per primo, poi Franca: lui si fece di lato e Franca rimase di fronte alla gente che la guardava, lo sguardo assente fisso dinnanzi a sé.
Nella sua solitudine pareva una statuina innalzata davanti agli altri.
Benito si fece avanti, le porse le mani, l’abbracciò in silenzio, senza una lacrima, poi il "genovese", che lottava col suo groppo in gola, e poi gli altri, ad uno ad uno, silenziosi, a stringere quel corpo minuto per soffocare il dolore, per rimediare come potevano allo schianto di quella vita.
Aldo stringeva le mani a tutti, gli occhi ancora rossi, anche lui rattrappito, lo sguardo che andava oltre il muro della gente, verso la chiesa, verso la bara del figlio ucciso il giorno prima in quel maledetto tornante, da quel maledetto furgone che l’aveva incrociato proprio al termine dell’inutile frenata e della sbandata finale.
Dietro la chiesa, boschi e montagne racchiudevano la piccola piazza dove la gente era accorsa dai paesi, dalle frazioni, dai casolari, dalle masserie, per offrire ad Aldo e Franca il loro dolore silenzioso, l’affetto che li accomunava tutti, in quella grigia giornata che non finiva mai.
*
Lentamente passò
Aldo trafficava per l’orto o per legna, Franca non si staccava mai da lui e lui l’accompagnava dappertutto, quasi avessero ciascuno paura di lasciar solo l’altro, si sostenevano a vicenda, si recavano insieme al cimitero, e quando li andavi a trovare (c’era sempre qualcuno con loro, fino a sera) parlavi con entrambi, e qualsiasi fosse il discorso si finiva sempre con Franco, col figlio ventenne morto in un incidente d’auto con l’amico.
- E non guidava, lui, guidava l’amico - diceva Franca.
- Io a caccia non ci torno più - diceva Aldo.
Già: perché Aldo era il cacciatore più bravo del paese, l’unico che sapesse fare tutte le cacce, il cinghiale, la lepre, la beccaccia, il colombo, il passo, tutto, e aveva insegnato al figlio ogni trucco e tutti s’erano abituati, nelle lunghe ore di posta, a veder apparire Franco, cauto, coi cani al guinzaglio e la carabina in spalla.
O a parlare con lui per radio.
- Franchino, guarda che e’ passato di qui -
- Franchino, ne ho visti due ... -
- Franchino, dove sono i cani ? -
- Franchino, quelli di Bagnasco hanno sparato qui sotto, va a vedere -
Tutti ricordavano con malinconia quel giovane alto e magro, e Aldo... Aldo che quando Franco aveva preso il Porto d’Armi pareva avesse vinto alla lotteria...
- Dai Aldo, torna a caccia, se non ci sei tu che caccia è ? -
- Aldo, ma che ci fai in casa, vieni anche tu... -
- Lascia perdere, Aldo, i cani obbediscono a te... -
Lui scrollava la testa, sempre meno convinto, ma quando la caccia riaprì in Autunno, c’era anche Aldo.
*
Quel Mercoledì era andata buca.
C’era già un pò di neve sulle cime, e sulle poste alte, sul crinale col Piemonte, prima la nebbia e poi la tramontana avevano gelato i cacciatori dopo ore di attesa, ed ora si avviavano alle macchine ai bordi della statale, pestando forte i piedi sull'asfalto per il freddo e il fango.
Ancora un’ora di luce, e poi sarebbe calata la sera.
Aldo disse:
- Voglio provare là dentro - e indicava un macchione di roveri e castagni ai margini del bosco.
-Stamattina i cani qualcosa hanno sentito, voi aspettatemi qui, faccio un giro, dieci minuti e torno -.
S’era avviato senza cani, con la sua doppietta, di buon passo.
Più che vederli li sentì: era uno “sciame“ intero, in fuga davanti a lui, col suono secco dei rami spezzati e la ventata che le zampe frenetiche alzavano sul manto di foglie secche.
Inutile inseguirli, col buio imminente e senza cani: diede un’ultima occhiata e fece per tornare dagli altri.
E d’un tratto lo vide.
Sulle prime gli era parso una ceppaia, un tronco abbattuto, ma aguzzando lo sguardo gli apparve il profilo inconfondibile d’un cinghiale.
Era enorme, mai visto uno così grande, immobile, a una sessantina di metri.
Di fronte al mostro il cuore gli si fermò, mentre portava il fucile alla spalla.
Al primo colpo il cinghiale balzò di lato, verso il folto, ma la seconda botta lo colse ancora allo scoperto.
La bestia reagì con un grido furioso, si volse fulminea, e caricò l’ombra che l’aveva ferito due volte.
Aldo ricaricò la doppietta in tre secondi e sparò di nuovo.
Il mostro non si fermò.
Aveva iniziato la carica a sessanta metri ed ora Aldo era di fronte a lui con l’arma scarica.
Il cinghiale coprì gli ultimi sei metri con un solo balzo, ed Aldo ebbe il tempo di vedere le zanne lunghissime puntate contro di lui, come in un incubo.
Ma al momento dell’impatto l’enorme bestia deviò di un palmo, sfiorò appena Aldo che quasi cadde, proseguì la corsa per una cinquantina di metri e crollò di botto di fronte a una ceppaia.
Alzò l’enorme testa, si sollevò con fatica sulle zampe anteriori, azzannò ferocemente un ramo basso, e morì.
Quando lo scuoiarono appeso al soffitto della vecchia scuola, misurava due metri e mezzo e sulla stadera aveva fatto segnare quasi duecento chili.
*
Per Natale era venuto su anche il "genovese" ( dopo trent’anni lo chiamavano ancora così: il genovese) per passare le feste nella sua casa in cima al bricco, tra i boschi innevati.
Franco s’era inteso subito con quel "cittadino" un po’ più vecchio di suo padre, che andava a caccia con loro, e c’era sempre, ai pranzi dei cacciatori e ai funerali dei vecchi del paese, e tutte le estati era lì, a tagliare erba e legna.
E il "genovese" gli s’era affezionato pure lui : quando l’avevano chiamato al telefono, piangendo :
- Corri su, corri che Franco s’è ammazzato ! -
Ed ora, nella luce che svaniva veloce dietro i monti, a fianco di un Aldo silenzioso, col cielo sereno prima di sera, guardava verso le poste alte, bianche di neve.
- L’hai preso lassù il cinghiale, eh Aldo ? -
- Non proprio lassù, un po’ più sotto, vedi ? C’era ancora la foglia -
I due guardavano il costone di montagna ancora illuminato da un riflesso rosa.
- Aldo, lo sai chi te l’ha messo lì il cinghiale, vero ? -
Aldo continuava a guardare lassù, verso la montagna.
-Penso di sì... sì.... l’ha guidato lui quel cinghiale, lui voleva che lo prendessi ... -
Anche il riflesso rosa si stava incupendo nella sera.
Aldo bisbigliava, come per non disturbare, forse parlava a se stesso.
- L’ha messo li perché lo prendessi io...e quando ha caricato lui l’ha fatto deviare, lo so che è stato lui a farlo deviare, lo sa anche
Tacque ancora un momento, poi mormorò:
- Eh sì. .. è stato Franchino, prima di andarsene dai suoi boschi...gli piacevano tanto questi boschi... erano i "suoi" boschi... chissà dov’è adesso... -.
S’era fatto veramente freddo, forse per questo i due ebbero un brivido leggero, come se li avesse sfiorati un coltello di ghiaccio.
mercoledì 13 febbraio 2008
"La sosta di Ulisse" di Dionisio di Francescantonio
Voli concitati, furibondo sbattere d’ali, strida clamorose e sguaiate: nel lucente mattino, i gabbiani si contendono aspramente i rifiuti buttati fuoribordo. La gazzarra dei loro voli accompagna il lento approssimarsi della nave alla rocca argentea levatasi dalle brume notturne per attrarre la nostra navigazione. Un’emozione intensa ha percosso per un lungo istante il cuore di ognuno di noi: sembrava a tutti d’aver raggiunto la patria, l’isola da tanto tempo agognata. Ma poi ci siamo resi conto che non era possibile: era troppo presto, gli ultimi giorni di tempo sereno e di vento favorevole non potevano averci già concesso di colmare la distanza che sappiamo essere ancora estesa fino alla terra dei nostri padri. Nondimeno, quella roccia abbagliante, quelle rupi impennate sul mare a disegnare profondi anfiteatri, ai cui piedi la risacca percuote lembi di candida rena ove gli uccelli marini eseguono le loro pantomime d’amore, e quelle ampie fenditure lungo il dirupo dentro cui il volatile trova riparo accanto alla vipera, e l’agave spinosa e l’ulivo contorto abbarbicati alla roccia a specchiarsi nell’abisso – tutto, tutto qui è così simile all’isola che ci ha visto nascere e crescere, e lusinga a tal punto il nostro desiderio della patria, che non sappiamo resistere all’impulso di porre la nave all’ombra dei suoi scoscesi picchi, di poggiare i piedi sul candore familiare del suo calcareo suolo.
L’inverecondo schiamazzo degli uccelli si allontana, mentre avvistiamo un approdo in una larga insenatura della roccia, dove il declivio addolcisce la sua china frantumandosi in una quantità di scogli piatti e tondi e spingendone alcuni molto avanti nell’acqua, a contenere e disperdere l’instancabile energia del mare. Ammainata rapidamente la vela, guidata la barca oltre gli scogli per metà sommersi dal mare, ci troviamo in una piccola rada dalle acque placide, quasi uno specchio lacustre, accecato dal bianco riflesso delle rocce sovrastanti. Accostiamo lo scoglio più basso, più agevole all’attracco, e uno di noi, saltando fuoribordo, corre ad ormeggiare la gomena alla roccia. Ma, giunto alfine il momento di metter piede a terra, i compagni esitano, riluttano: i loro gesti svogliati, gli sguardi preoccupati, fissi a scrutar nei recessi del sito sconosciuto, mi avvisano del timore che appesantisce i cuori sul punto di inoltrare il passo nell’approdo appena guadagnato. Come biasimarli? Non possiamo sapere se non ci attendano in questo luogo pericoli soverchi, cimenti che potremmo non essere in grado di sostenere. Quante altre volte abbiamo dovuto subire l’ostilità di genti inospitali? Non li disapprovo certo, anzi segretamente gioisco della loro apprensione, giacché desidero prender contatto da solo con l’isola che tanto mi ricorda la mia. Esprimo ai compagni il proposito di andare avanti ad esplorare il terreno. Se non avvertirò minacce, li inviterò a seguirmi, altrimenti sarà almeno uno solo ad esporsi. Nessuno si oppone alla mia proposta; d’altronde il comandante son io, mia è la responsabilità dell’incolumità di ognuno, e spetta a me assumere il rischio maggiore.
Mi inerpico di balza in balza, intento alla malìa che il contatto con questa roccia aspra mi infonde, quasi per un’attrazione carnale. Mi pervade un’eccitazione singolare, una gioia, un tripudio dei sensi in cui l’immaginazione si esalta. Un’onda di sensazioni antiche mi assedia: l’odore salso del mare frammisto al fluido resinoso del pino; l’improvviso lampo verde del ramarro nel barbaglio della roccia; lo strepito incessante delle cicale trafitto dal grido bizzoso del nibbio; la gioia di balzare tra aeree rupi con l’azzurro del cielo sul capo e l’azzurro del mare sotto i piedi. Mi sorprende, come una vertigine, la certezza d’aver già vissuto questo momento: d’aver già calcato il piede, esattamente come adesso, su questa roccia abbagliante avendo sotto di me, a precipizio, la fresca trasparenza del mare. Non ho bisogno di pensare d’aver sperimentato un istante simile in un’altra vita, come talora mi accade in questi casi: so che l’impressione mi nasce dal ripetersi di circostanze conosciute molto tempo fa, sulla mia isola. Quante volte da ragazzo ho percorso la costa saltando precipite rocce sul mare con questi medesimi colori nell’aria, con questi stessi suoni, e l’immagine di un giorno simile a questo negli occhi? Ma tutto è talmente remoto da sembrare davvero parte di un’altra vita, frutto di una mia identità dimenticata.
Vedo ancora la nave, da quassù. La sua ombra si riflette sul fondo del mare. L’acqua è tersa come un cristallo e mostra tutti i suoi segreti allo stesso modo di uno scrigno aperto. Posso vedere i suoi fiori e le sue alghe e il loro lieve ondeggiare nella corrente. Vedo anche i pesci nuotare, totani anguille e sciami di alici scure, e un gigantesco polipo solitario arrancare sul fondo. I compagni volgono il capo in alto ansiosamente, attendendo un mio richiamo, una mia rassicurante esortazione a seguirmi. Ma, pur così contigui alla mia vista, li sento lontani, estranei al mio cuore. La mia anima è altrove; soggiorno in un altro tempo, riassaporo tutto ciò che ho perduto. Sono venuto quassù per ricreare mentalmente la mia isola, per ritrovare il tempo in cui ignoravo la mia felicità. Mi afferro con la mano a un ramo di ulivo e scompaio oltre la sommità di una vetta. D’incanto mi trovo immerso nella palpitante penombra di un bosco di pini e di olivi. Il vento scuote vigorosamente le chiome degli alberi e, in improvvise scorrerie tra i rami, il sole accende le foglie, facendole squillare come campanule d’argento. Crepitano sommessamente ai miei piedi gli aghi di pino. Sfioro con tenere dita pensose i tronchi degli alberi. Il luogo evoca in me un brulichio di ricordi. La figura della mia sposa, giovinetta come al tempo in cui eravamo promessi, mi appare, incedente tra i pini e gli olivi del bosco in cui avvenivano i nostri convegni d’amore: fresca come un’acqua di fonte, il passo femminilmente flessuoso nella veste svolazzante, i petali delle labbra schiusi in una promessa di dedizione, le mani dalle lunghe dita appuntite protese all’abbraccio al pari dello sguardo lucente, colmo di tenerezza ma percorso da una punta di implorazione, quasi di sgomento, come se ella già presentisse l’abbandono a cui la destinerà l’uomo sul quale riversa con tanto fervore la pienezza del suo cuore di fanciulla. Quanto commovente, come dolce e indifesa mi sembra oggi quella creatura, quella tenera femmina amorosa che si offriva a me senza riserve, con intensa eppur pudica passione! Come ho potuto trascurare un dono così prezioso, come ignorare il raro favore che la fortuna mi offriva?! Non cesso di dolermi e di rammaricarmi della mia stolidità. Oggi ella come sarà? Inutile pormi ancora questa domanda. Avrà il cuore inaridito. Sarà piena di delusione, di avversione per colui che l’ha costretta a un’esistenza tronca, privata dell’amore a cui era votata. E’ da compiangere come e più di me. Potrò, almeno, rimediare al mio errore? Sarò ancora in tempo a consolarla di quanto le ho sottratto? Spero almeno che la sorte non mi neghi quel po’ di calore che essa potrà ancora darmi, che io potrò ancora dare a lei.
Trasalgo a un improvviso trepestio nell’ombra. Lo spavento mi sottrae bruscamente al mio sognare. Ma è solo una capra selvatica, un segaligno abitante della costa che mi mostra per un istante il suo impaurito volto d’emaciato eremita, prima di lanciarsi in un precipitoso galoppo tra gli alberi del bosco. L’eco della sua fuga fornisce un indirizzo ai miei passi. Avanzo esitando nell’ombra mutevole del folto, tra ortiche e caprifogli fruscianti. Ma, dopo un breve cammino, varcato un viluppo tenace di sterpi edera e pruni abbarbicati in fitta schiera da tronco a tronco, la massa degli alberi dirada improvvisamente e un’ampia valle si offre al mio sguardo, luminosa nel sole. Il mirto e il corbezzolo la maculano, un torrente d’argento la percorre e colline turchine la cingono, in distanza. Presso il torrente una cinghialessa di dimensioni imponenti grufola nel fango e quattro cinghialetti dal manto striato le ruzzano ai fianchi, chiassosamente. Sono tornato al presente, ho riassunto bruscamente il contatto con la realtà e il senso del mio dovere. Esploro attentamente con gli occhi il terreno. Non vedo uomini, non segni della loro presenza; invece in lontananza scorgo i dorsi color miele di un branco numeroso di cervi. Il lento rotare di un falco nel cielo, intento a scrutare il terreno sottostante, mi suggerisce anche la presenza di selvaggina minuta, forse lepri, conigli, fagiani: carni prelibate per il nostro appetito mortificato dalla dieta prolungata di pesci e crostacei a cui ci siamo sottoposti ultimamente. Dunque, il sito non è abitato da uomini, almeno in questa valle presso la costa, ma soltanto da animali selvatici; sembra sicuro, propizio alla caccia; possiamo trovarvi riposo e ristoro, ritemprare le forze e riempire di carni la nave, così da riprendere il mare provvisti abbondantemente di cibo gustoso e nutriente.
Torno rapidamente sui miei passi per chiamare i compagni, affinché mi raggiungano.
giovedì 7 febbraio 2008
Contributi
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Apro lo spazio pubblicando un frammento d'un mio racconto molto più lungo già pubblicato, così come appare qui, sulla rivista ORIZZONTI (Periodico di Arte e Cultura) n.3 - giugno-agosto 1997:
La sosta di Ulisse di Dionisio di Francescantonio
Il Cinghiale di Cesare Simonetti
Un dipinto di Anna Colonnello
discussione sull'arte
Ma che dire a proposito di dove siamo arrivati con gli sperimentalismi nati da quella malintesa necessità di andare oltre il già visto e il già provato che, da un certo momento in poi, ha informato gran parte delle (si fa per dire) arti (non solo figurative)? Tanto per fare un esempio, in questo momento ho sott'occhio il catalogo di una mostra di "Arte americana" tenuta nel (già) lontano 1992 al Lingotto di Torino. Ricordo perfettamente l'impressione provata durante quella visita. Accanto ad autori ed opere di pregio (tra gli altri, figuravano Ben Shahn, George Tooker, Andrew Wyeth) erano esposti un assembramento di tubi fluorescenti (titolo "Luce fluorescente bianca"), una serie di cassetti di rame appesi a una parete ("Untitled"), un cappello, la fotografia del cappello e la definizione stampata del cappello ("One and Three Hats"), tre fili di piombo in forma serpentina ("Lead Pipe") ecc. Quello che, in quell'occasione, lasciava di stucco era proprio la disinvoltura con cui i curatori della mostra, accanto ad artisti "veri", esponessero lavori molto discutibili come quelli da me citati. Non parliamo poi di ciò che ci viene ammannito da un po' di tempo a questa parte alle Biennali veneziane... Con questo dove voglio arrivare? Voglio dire che la cosa veramente sconcertante è che oggi i nostri critici d'arte sembrano malati di schizofrenia quando, per esempio, vanno (e giustamente!) in brodo di giuggiole allorché parlano della mostra di un grande del passato (ricordo alcune mostre viste negli anni recenti, come una di Van Dick a Genova e una di Caravaggio a Firenze, entusiasticamente recensite da molti critici), ma poi elogiano anche (sia pure, talvolta, con reticenza) certe mostre di autori simili a quelli che avevano prodotto i tubi fluorescenti o i cassetti nella mostra americana. C'è, insomma, qualche critico d'arte, oggi, da qualche parte, che abbia il coraggio di dire, davanti a certi prodotti che circolano ancora troppo numerosi nelle gallerie d'arte, Basta con queste imposture (o porcherie o pagliacciate) ?
Per ora mi fermo qui, perché vorrei già sentire qualche parere riguardo a quanto ho detto finora. Mi piacerebbe ritrovare l'articolo di cui ho parlato all'inizio, quello del Falò per il moderno, perché sarebbe sicuramente una buona base di partenza per avviare una discussione sullo stato (o, se preferite, sulla salute) dell'arte nei giorni nostri, ma purtroppo, benché sappia di averlo conservato da qualche parte, non mi ricordo più dove. Se lo troverò, lo pubblicherò senz'altro. Ma intanto, vorrei sentire qualcuno che dicesse la sua su questa questione.
Che cosa mi propongo con questo sfogo? Di lanciare una sorta di rappel à l'ordre, come quelli già visti in passato? Ebbene, credo che la mia intenzione sia proprio questa. Credo sia proprio arrivato il momento di dire con forza che l'arte deve tornare ad essere una cosa seria e importante, una cosa sublime, come si diceva una volta, che faccia vibrare l'anima e i sensi, il cuore e la mente. C'è qualcuno che voglia raccogliere il mio appello?

Ecco due esempi tratti dal catalogo della mostra americana di cui sopra, dai quali si evidenzia la differenza che esiste, secondo me, tra prodotto artistico vero (il quadro di Tooker "The subway") e
l'impostura (l'opera designata "Untitled").Finalmente ho ritrovato l'articolo intitolato "Un falò per il moderno. E' del 1993, è firmato da Stefano Malatesta ed è un'intervista a Jean Clair, pseudonimo di Gèrard Regnier, conservatore del Musèe d'Art Moderne del Centre Pompidou di Parigi. Ne pubblico ampi stralci, che commenterò alla fine. L'articolo esordisce così:
"Nel 1983 Jean Clair pubblicò un saggio che era un attacco all'avanguardia artistica, al vuoto che rappresentava e agli interessi (cioè al circuito mercante - critico - sovrintendente) che erano dietro alla modernità, alla frenesia nella costruzione di nuovi musei e più in generale al contemporaneo culto acritico delle opere di arte moderna come una nuova religione in sostituzione di quella vecchia. Il saggio, intitolato Critica della Modernità, suscitò un certo scalpore e Clair fu rimproverato, in qualche caso sbeffeggiato e tacciato di oscurantismo e di essere un critico reazionario. Molto pessimistico sullo stato delle belle arti, nei capitoli finali il saggio si lasciava andare a qualche speranza. Dopo la grande glaciazione degli anni '60 e '70, Clair intravedeva un certo numero di artisti che tornavano al disegno o comunque ad una paziente riconquista di un mestiere abbandonato. Dal 1983 sono passati dieci anni, ma il panorama generale non sembra migliore di allora. Robert Hughes, il critico del settimanale Time, uno dei più attenti saggisti del moderno e del contemporaneo, ha scritto che questi ultimi sono stati i peggiori anni della nostra vita: inflazione del mercato, vittoria della pubblicità sulla conoscenza, il glamour artistico artefatto. "Non si sono mai visti tanti artisti in giro, così tanta arte che cerca di richiamare l'attenzione, così tante pretese gonfiate, così scarso senso della misura".
(Segue la conversazione con Clair):
"Io vedo che rispetto a dieci anni fa la situazione è cambiata" dice Clair. "C'è effettivamente stato un ritorno alla pittura, anche se non sempre alla buona pittura".
Se uno dovesse fare un paragone tra questa fine di secolo e quella del secolo precedente... Cent'anni fa c'erano, tra gli altri, Cézanne. Monet, Seurat, Degas, Matisse, Van Gogh, Gauguin, Munch, Rodin.
"E' difficile giudicare un periodo quando ancora lo si sta vivendo. Però i metri di giudizio, una volta così perentori e severi, sono cambiati. Dieci anni fa, quando feci al Beaubourg la mostra di Lucian Freud, venni demolito da quasi tutta la stampa perché avevo osato proporre un pittore che si credeva accademico, con l'aggravante del figurativo. Ora sono in pochi a non riconoscere in Freud un grande artista".
La scuola inglese, da Bacon a Freud, ad Auerbach, a Kitaj...
"Già, la scuola di Londra, di una grande tradizione figurativa, profondamente inglese. Una volta, parecchio tempo fa, ho scritto un articolo sulla scuola di Londra. E subito mi hanno dato le bacchettate sulle mani: "Sei completamente matto, non esiste una scuola di Londra, non più di quanto esista una scuola di Parigi" E io insistevo che ci sono state diverse storie d'arte comtemporanea, legate ai luoghi e alle loro tradizioni. Visitare i musei, prima che le collezioni venissero uniformate secondo un criterio definito "internazionale" come se la storia dell'arte fosse come la Repubblica, una e indivisibile, era uno straordinario piacere. Andare in un certo museo dei Paesi Bassi, verso la fine degli anni '50, era ancora un'esperienza piena d'insegnamento perché si potevano vedere delle opere che non avevano nulla a che fare con quelle che contemporaneamente venivano esposte al Musée d'Art Moderne di Parigi"... Clair tira fuori dalla cartella l'ultimo numero di una rivista in lingua tedesca: "E' un numero speciale su Balthus, la prima volta che esce in tedesco un saggio che si pone il problema della modernità di Balthus. Qualche anno fa un mio libro su Balthus ha venduto meno di cinquecento copie: nessuno, in Germania, lo prendeva sul serio. Era visto come un eccentrico accademico che non rientrava nei canoni della modernità tedesco-americana, un'arte dominata dagli schemi teorici americani".
Ricordo una sua tesi un po' audace: come per la politica, anche per l'arte ci sarebbe stata, nel secondo dopoguerra, una strategia americana indirizzata ad imporre la propria ideologia e a fare di New York il nuovo centro mondiale dell'arte, in sostituzione di Parigi.
"Gli americani volevano dimostrare ai russi e agli europei che gli Usa erano una nazione potente anche culturalmente. Avevano tra le mani l'espressionismo astratto: negli anni '50, attraverso una serie di esposizioni internazionali, lo fecero passare per l'unico movimento importante nato nel dopoguerra, agendo in modo più attivo in quei paesi che erano appartenuti all'Asse e che la Russia guardava con interesse: la Germania, l'Austria, ma anche l'Italia. Così il figurativismo venne, in questi paesi, assimilato al realismo dei regimi totalitari; l'astrazione, in compenso, divenne un'arte ufficiale, che garantiva carta bianca, ideologicamente, a coloro che la praticavano. Adesso cosa resta della grande avanguardia americana del dopoguerra, a parte Pollock o forse due o tre altri? Nulla. E quello che è venuto dopo è stato peggio".
Lei non mi pare molto d'accordo sulla storia canonica dell'arte che si fa del Novecento, come una linea da Cézanne a Pollock.
"Oggi si può vedere come sia appunto una storia canonica: monotona, monocorde, monodirezionale, che non si è resa conto della complessità dei movimenti, delle scuole, dei luoghi. Di questa storia l'arte italiana ne ha fatto le spese, in particolare l'arte tra le due guerre: abbandonata, ignorata, disprezzata. Chi parlava, fino a qualche tempo fa, di Sironi, o di Marini, uno dei grandi scultori del secolo? Sono sempre rimasto colpito da come anche De Chirico sia stato giudicato in Francia: solo in rapporto al surrealismo, in rapporto ad André Breton. E Savinio, che pure ha vissuto a Parigi per dieci anni, in Francia continua ad essere uno sconosciuto".
Lei ha un forte senso della cultura europea, in particolare della cultura visiva figurativa. Non le piacciono molto gli artisti astratti e detesta l'avanguardia...
"Io ce l'ho con una certa avanguardia confortata da una critica, per lo più inetta, nell'idea di incarnare una legittimità rivoluzionaria, mentre è solo una cuccagna per un mercato che trova in essa dei prodotti labili e quindi facilmente rinnovabili, come i detersivi. Ce l'ho con questa avanguardia perché ha significato la distruzione di un'enorme conoscenza accumulata nei secoli, conoscenza che aveva permesso alla pittura di diventare un'arte straordinariamente complessa, di un'incredibile ricchezza tecnica, per la prospettiva, il colore, la chimica, l'anatomia. La grandezza dell'arte sta anche nella complessità della tecnica che viene utilizzata... Picasso, come Matisse, ha potuto liquidare un'eredità perché questa eredità ce l'aveva. Ma chi non ha mai disegnato, chi non ha mai fatto studi di anatomia o di prospettiva, che eredità liquida? Così si vedono nelle scuole di Belle Arti dei professori che trasmettono il vuoto, un vuoto semantico, un vuoto tecnico e il concetto trasmesso da artisti fasulli per i quali tutto è arte... E si fanno musei-fortezza che ospitano mostre terrificanti. I musei sono diventati come i deserti, avanzano dove si ritira la vita. E pensare che l'avanguardia storica voleva distruggere i musei".
La citazione è forse un po' lunga ma penso valga la pena leggerla tutta. Credo ci sia ben poco da aggiungere a quello che dice Jean Clair. Sottoscrivo con convinzione ed entusiasmo tutte le sue tesi. Peccato che il messaggio da lui lanciato ormai parecchi anni fa, sia giunto, almeno fino ad oggi, solo in pochissime orecchie. Occorre raccoglierlo e diffonderlo. E' un compito che tutti coloro che lavorano seriamente devono assumersi, anche per una questione di sopravvivenza: è ora che l'arte torni ad essere considerata il grande mestiere che è sempre stato fino alla rottura operata dal modernismo, quel modernismo fasullo che ha dilagato ovunque fino ad imporsi su tutto.


















